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Galenica: l’intervista a Marco Ternelli, farmacista preparatore

Ci puoi raccontare brevemente il tuo percorso di carriera a partire dall’Università? Quando nasce la passione per le preparazioni galeniche? Hai seguito corsi e/o master aggiuntivi? 

In realtà con la passione ci sono nato, perché è l’unico lavoro che ho sempre voluto fare da piccolo. Quando uno ha la fase del pompiere, del poliziotto… io ho sempre voluto fare il farmacista. Probabilmente l’ho presa da mio padre e oltre a tramandare il lavoro da padre a figlio, erano gli odori e i colori del laboratorio ad attrarmi.
Tutto il mio percorso di studi, dalle superiori all’università, è stato impostato sulla galenica.

Mi ero fatto un’idea di galenica che è lontana anni luce, per fortuna, da quella che è oggi, cioè la galenica, per così dire, anni ‘30, quella del farmacista mezzo mago, mezzo alchimista. Oggi al contrario sostengo fortemente che la galenica sia un’arte altamente professionalizzante che si affianca all’industria farmaceutica. Viviamo in un mondo industrializzato con certi standard qualitativi, non solo del prodotto in sé, ma anche del packaging e di come si presenta il farmaco.

In realtà con la passione ci sono nato, perché è l’unico lavoro che ho sempre voluto fare da piccolo. Quando uno ha la fase del pompiere, del poliziotto… io ho sempre voluto fare il farmacista. Probabilmente l’ho presa da mio padre e oltre a tramandare il lavoro da padre a figlio, erano gli odori e i colori del laboratorio ad attrarmi.
Tutto il mio percorso di studi, dalle superiori all’università, è stato impostato sulla galenica. L’idea che il farmacista facesse quelle creme con i contenitori unti, con l’etichetta scritta a penna, attaccata con lo scotch, è qualcosa che per fortuna non c’è più. Però viene ancora insegnata così, questo è il punto. Il grande entusiasmo dopo il conseguimento della laurea è stato frenato dalla grossa differenza che ho riscontrato tra università e mondo del lavoro. All’inizio non ho frequentato master ma tantissimi corsi, tutti teorici con poca pratica.

immagine a scopo illustrativo di un farmacista in un laboratorio galenico
Farmacista in un laboratorio galenico – Immagine creata con l’ausilio dell’AI

E quindi come sei migliorato sul piano pratico?

Sono migliorato grazie a quella che all’epoca era l’alternativa al master di Camerino. Nel 2007-2008, se uno si guardava attorno, era quello il master più famoso. Al tempo ho avuto la fortuna di conoscere il dottor Peter Jäger, che nel 2009 ha aperto la sua scuola. L’ho frequentata da studente dal 2010 per quasi tre anni e ogni anno era un ciclo completo. Il primo corso a cui mi iscrissi fu quello delle preparazioni topiche: dopo mezz’ora che ascoltavo non ci stavo capendo niente, parlavano una lingua a me sconosciuta. La cosa ancora più sorprendente era che c’erano altri colleghi che avevano frequentato l’anno precedente, che non solo capivano ma che facevano anche domande. La mia reazione è stata “sono nel posto giusto, ho da imparare, qui c’è gente che mi può insegnare”. Da lì c’è stato un cambiamento di mentalità che mi ha portato a dove sono ora.

Il laboratorio galenico può valorizzare il farmacista in quanto professionista e può anche valorizzare la farmacia in quanto azienda?

La risposta è sì, perché stacca quell’etichetta da commesso che ha il farmacista, anche se dopo il Covid un po’ meno. Ricordo i miei primi tempi, ci tenevo a far vedere quel camice blu quando uscivo dal laboratorio (adesso non si fa più) per far vedere che cosa stavo facendo. Abbiamo il potere di creare farmaci, ma per citare un film: “da grandi poteri derivano grandi responsabilità”. La farmacia è sottoposta solo al controllo ASL di routine, a differenza delle officine farmaceutiche che sono controllate in ogni aspetto della produzione. Questa maggiore libertà non deve lasciare spazio ad errori che possono compromettere la salute del paziente.

L’azienda farmacia viene valorizzata quando un prodotto, correttamente allestito, viene venduto sapendo spiegare bene al paziente cosa vuol dire “lo abbiamo fatto noi”, cosa lo differenzia ad esempio da un integratore fatto conto terzi. Il nostro migliore amico è il cliente, il paziente-cliente. Il nostro peggiore nemico è sempre il cliente paziente. Tutta questa storia passa dal fatto che il farmacista lavori bene: se io lavoro bene e soddisfo un paziente, lui lo dirà a tre persone. Se io lavoro male e creo un problema ad un paziente, lui lo dirà a sei persone, il doppio. Per questi motivi il laboratorio galenico non si improvvisa.

Il farmacista che si dedica alle preparazioni galeniche può sfruttare questa competenza per ottenere anche vantaggi dal punto di vista salariale e contrattuale?

Assolutamente sì. Ovviamente deve contrattare avendo materiale con cui farlo. La passione per la galenica non è merce di scambio, lo potrebbe essere se inserita in un progetto per potenziare o avviare un laboratorio.
Quando devo assumere spiego sempre “astenersi appassionati senza esperienza”, perché sono ben felice di pagare le competenze acquisite nel tempo. Un suggerimento che do ai galenisti: non scrivete che fate o avete fatto preparazioni officinali secondo la Farmacopea, è una frase che non vuol dire niente, non descrive che cosa avete fatto, è scontata.

Il tuo laboratorio galenico rappresenta una vera eccellenza nel nostro panorama nazionale. Come lo hai organizzato? 

Siamo in diciassette persone: gli addetti alla produzione sono sette, di cui solo tre farmacisti, le altre dieci sono collaterali al laboratorio, di cui tre farmacisti. In totale ci sono sei farmacisti che lavorano nel laboratorio. Ognuno ha delle mansioni specifiche, non è il “tutti sanno fare tutto” che era invece come funzionava fino a qualche anno fa. Quando si raggiunge un certo grado di complessità, dal mio punto di vista imprenditoriale e gestionale, è impensabile gestire un laboratorio dove più o meno tutti fanno tutto, perché si rischia di lasciare cose a metà e lavorare in modo approssimativo. Le competenze contano: ci sono dei ruoli e delle mansioni che necessitano sia per legge che per abilità di un farmacista. Ci sono dei ruoli dove il farmacista non è assolutamente richiesto, ad esempio c’è una persona che si occupa di fare attenzione ai macchinari e tenere pulito.

Il personale è diviso in sei livelli:

  • sesto livello, addetto alle pulizie;
  • quinto livello, magazziniere;
  • quarto livello, infermiere/impiegato;
  • terzo livello, un amministrativo; 
  • secondo livello, un chimico ad esempio che si occupa di qualità;
  • primo livello, farmacista.

Comprendo che sia una logica industriale ma il concetto importante è la suddivisione dei ruoli. La farmacista direttrice (la più pagata) insieme ad altre due colleghe imposta il modus operandi, esegue i calcoli, organizza il lavoro, prepara i fogli di pre-lavorazione, ossia i documenti in cui è indicato cosa deve essere fatto, la preparazione, i lotti delle sostanze, le quantità da dosare. C’è tutto un sistema di firme, quindi su tutti questi fogli precompilati uno deve solo firmare per dire “sì l’ho fatto io”.

Tutte le bilance sono collegate alle stampanti, perché le norme di buona preparazione dicono esplicitamente una cosa che molti farmacisti non sanno: prevedono il fatto che il personale non laureato o tirocinante possa lavorare all’interno del laboratorio nell’esecuzione di compiti semplici e ripetitivi, come ad esempio una pesata. La norma dice che il farmacista deve vigilare sul processo ma non vuol dire che il farmacista sta lì a guardare, perché se fosse così allora “dato che sono lì lo faccio io”. Si tratta di effettuare la verifica, come faccio a sapere se sono stati pesati 3,4 grammi e non 340 milligrammi? Vado a verificare la stampa della pesata effettuata. Tutto inizia e finisce con il farmacista, privilegiando il suo lavoro intellettuale piuttosto che manuale

Lavorate soltanto con pazienti o avete anche aziende come clienti? 

Lavoriamo con industrie farmaceutiche, ospedali e cliniche private fornendo prodotti non realizzati dall’industria. Lavorare con l’industria sembra un po’ un percorso a ritroso, quello che posso dire è che l’industria farmaceutica, nel fare determinati test sui medicinali che produce, ha bisogno di preparati che non esistono e che in generale non vengono prodotti dall’industria stessa. Quindi hanno bisogno di preparati realizzati estemporaneamente, su richiesta. 

I corsi di farmacia prevedono esperienze in laboratorio. Cambieresti qualcosa nel modo in cui vengono insegnate all’Università? 

Farei come per la specializzazione in farmacia ospedaliera: dopo la magistrale di cinque anni si accede alla specializzazione di due anni in galenica. L’università dovrebbe organizzarsi in termini di strumentazione e know-how che fornisce, non si possono insegnare le preparazioni come lo si faceva nel 1931, a partire anche dall’utilizzo dei software gestionali per realizzare l’etichetta.

In chiusura, cosa ti senti dire a uno studente che vuole conoscere meglio il mondo delle preparazioni galeniche?

Fate corsi. Oggi, nel 2025, ci sono molte più possibilità rispetto a quando ho iniziato io.  Faccio un elenco non in ordine di alcuni master e scuole di galenica:

  • Università La Sapienza
  • Università Camerino
  • Scuola Jäger
  • Farma Labor Campus
  • Università Federico II

Quindi, studiare in modo da poter essere spendibili nel mondo galenico. La passione è il motore, è quello che ti spinge comunque a non arrenderti mai, andare avanti.

Mettiamo il link al sito web del Laboratorio Ternelli:

https://www.laboratorioternelli.com/

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